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Revolut a 75 miliardi: il vero valore del modello
7 gen 2026
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2
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Negli ultimi giorni ha fatto notizia la valuation di Revolut, arrivata a 75 miliardi di dollari. Un numero che colpisce, ma che da solo racconta solo una parte della storia. Guardando più a fondo, infatti, ciò che emerge con maggiore forza non è tanto la valutazione quanto la struttura del modello di ricavi.
Nel 2024 Revolut ha registrato un margine netto del 26%, sostenuto da un mix estremamente diversificato, difficilmente replicabile dagli operatori bancari tradizionali.
Il mix di ricavi di Revolut
Il breakdown è chiaro e racconta una banca molto diversa da quelle a cui siamo abituati:
Wealth & Trading: 16% dei ricavi, con una crescita del +298% YoY
Abbonamenti: 14% dei ricavi, in crescita del +74% YoY
Carte, FX e servizi core: 70% dei ricavi
Numeri che mostrano un modello bilanciato, dove le attività non core crescono più velocemente dei servizi bancari tradizionali.
Il vero segnale: gli abbonamenti
La componente più interessante è quella degli abbonamenti. I piani, che vanno da 9,99 a 45,99 euro al mese, includono servizi che escono chiaramente dal perimetro finanziario: accesso alle lounge aeroportuali, Gazzetta dello Sport, Freeletics, scacchi online, persino Tinder.
Certo, restano i benefici più direttamente legati alla finanza — commissioni ridotte su investimenti e crypto — ma il punto è un altro: circa il 15% dei ricavi di una banca arriva da un’offerta scalabile in stile Netflix.
È un modello costruito attorno a una persona digitale, globale, mobile-first, che viaggia, consuma contenuti e integra la finanza nel proprio lifestyle quotidiano.
Il confronto con le banche tradizionali
Se spostiamo lo sguardo su una grande banca italiana, il quadro cambia radicalmente:
Interessi netti: 58%
Commissioni: 35%
Altri proventi: meno del 10%
Si tratta di un modello consolidato, basato su interessi, commissioni, una rete fisica di filiali, costi fissi elevati e processi rigidi. Mancano — o sono marginali — componenti come abbonamenti, wealth digitale, servizi globali e una forte attenzione alla user experience di prodotto.
Due mondi, due logiche
Il confronto mette in luce due approcci opposti:
Banca tradizionale: solida, orientata al mass market, al corporate e al retail, ma con una scalabilità strutturalmente limitata.
Fintech nativa: leggera, mobile-first, globale, progettata per crescere rapidamente con costi marginali ridotti.
Differenze che riflettono anche utenze profondamente diverse.
Persone digitali e clienti “di mezzo”
Da un lato c’è la persona digitale, che non cerca rassicurazioni umane ma un’esperienza fluida, veloce, integrata con il proprio stile di vita.
Dall’altro, le molteplici personas della banca tradizionale: eterogenee, ancora orientate alla relazione e alla fiducia. Tuttavia, i dati sulla liquidità ferma sui conti correnti mostrano come la relazione da sola non sia più sufficiente.
In mezzo — tra i 25 e i 45 anni — esiste una fascia enorme di utenti che non si riconosce pienamente in nessuno dei due modelli. Clienti consapevoli, spesso insoddisfatti della consulenza tradizionale, che percepiscono la banca come distante ma non sono ancora pronti per un’esperienza completamente digitale.
È una generazione di mezzo, senza un’offerta realmente su misura. Ed è qui che, con ogni probabilità, si giocherà la partita dei prossimi dieci anni.
Il ruolo delle fintech verticali
A colmare questo spazio saranno le fintech verticali: education finanziaria, consulenza digitale, execution only, prodotti semplici e digital-first. Soluzioni capaci di ridurre il gap tra ciò che gli utenti chiedono oggi e ciò che il modello bancario tradizionale è in grado di offrire.
Non una sostituzione immediata delle banche, ma una progressiva ridefinizione dei confini. Ed è proprio in questa zona grigia che si stanno creando le opportunità più interessanti.


